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Uno sguardo ai risultati

Una banca dati della flora batterica in difesa della salute dell'umanità

ottobre 2018 - I microrganismi che convivono con l'organismo senza danneggiarlo (microbiota) si sono evoluti negli anni e, tra le altre cose ci aiutano a digerire e a rafforzare il sistema immunitario, proteggendoci da altri microrganismi invasori.
Tuttavia negli ultimi anni è avvenuta un'incredibile perdita di diversità di questi microrganismi, causata dall'uso di antibiotici e al ricorso a diete a base di cibi raffinati. Dagli inizi del '900 a oggi le società urbanizzate hanno perso una parte sostanziale di questi minuscoli 'ospiti', al punto che la flora intestinale della maggior parte degli americani ha la metà delle specie rispetto a quella delle popolazioni isolate dell'Amazzonia.
I ricercatori ritengono che questa perdita di biodiversità sia grave elemento di debolezza per il futuro dell'umanità: è ormai comprovato che disturbi del microbiota durante la prima infanzia, causano problemi al metabolismo durate l'età adulta, e sono un fattore chiave alla base dello sviluppo di malattie come obesità, diabete, asma e allergie. Queste patologie hanno visto la loro crescita esponenziale negli ultimi anni e hanno un costo altissimo per la società ma secondo i ricercatori, in futuro potrebbero essere prevenute, reintroducendo i microrganismi persi. Al tal fine è auspicabile una biobanca globale che conservi tutti i microrganismi che vivono in simbiosi con l'uomo, raccolti da tutte le popolazioni e in particolare da quelle che vivono in villaggi isolati dell'America Latina e dell'Africa, che hanno le comunità di microrganismi più ricche di specie, non avendo sperimentato gli effetti dell'urbanizzazione e dell’uso massiccio di antibiotici e cibi raffinati.
Questo progetto internazionale per raccogliere e conservare i microrganismi in una biobanca globale, sul modello della banca dei semi realizzata nell'Artico, sarebbe una garanzia per riuscire a proteggere la salute globale dell'umanità.
L'iniziativa è stata pubblicata sulla rivista Science, ed è guidata da Maria Gloria Dominguez-Bello, dell'americana Rutgers University-New Brunswick.

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