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Uno sguardo ai risultati

Cellule tumorali “invisibili”: un ricercatore italiano scopre come scovarle

gennaio 2019 - Tra gli ostacoli principali che l’oncologia si trova a fronteggiare c’è la proprietà delle cellule tumorali di mimetizzarsi e nascondersi, per aggirare il sistema immunitario.
Secondo una nuova ricerca condotta da un team dell’università della California capitanato da Davide Ruggero, condotta sui topi, è possibile bloccare la produzione della proteina “PD-L1”, che è la chiave di questo sistema di occultamento.
I risultati sono stati pubblicati su Nature Medicine.
Sono stati studiati due tipi di geni: i Myc ed il Kras. Intervenendo sui Myc si dovrebbe interrompere la produzione della proteina PD-L1, che inibisce il sistema immunitario. Le cellule immunitarie deputate alla lotta di quelle tumorali hanno sulla loro superficie una sorta di interruttori, che le cellule tumorali sono in grado in qualche modo di attivare e quindi le cellule che dovrebbero combatterle rimangono spente. Si trattava di trovare il sistema per riattivare questi interruttori.
Non tutte le cellule immunitarie di tutti i pazienti presentano però questi interruttori.
Stimolandone la formazione, i ricercatori hanno trovato il modo di rendere i farmaci a nostra disposizione maggiormente efficaci.
Questo sistema si è rivelato utile nel 60-70% delle patologie, come nel tumore del polmone o nel melanoma, mentre in altre assolutamente non funzionano. Il tentativo è quindi quello di sviluppare nuove strategie tali da moltiplicare questi interruttori così che diventino bersagli dei farmaci che già in uso.
Per tumori aggressivi come quello al fegato sarà più difficile applicare questo tipo di trattamento in maniera efficace, mentre si nutrono maggiori speranze per linfoma, cancro del colon e polmone.
I risultati sono incoraggianti, soprattutto per quanto riguarda l’aspettativa di vita. Già rispetto a dieci anni fa l’attesa di vita dei pazienti affetti da tumore non operabile è raddoppiata, triplicata e in alcuni casi quadruplicata. La sperimentazione sull’uomo dovrà però attendere almeno altri 5-6 anni.

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