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Uno sguardo ai risultati

Una nuova molecola per la sua cura del Parkinson

marzo 2020 - Circa 6 milioni di persone vivono oggi con la malattia di Parkinson e l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che le persone che soffriranno di Parkinson saranno oltre i 14 milioni nel mondo entro il 2040.
Attualmente, non è disponibile una cura per la malattia di Parkinson. Il trattamento farmacologico, la chirurgia e la gestione multidisciplinare sono in grado di fornire solo sollievo ai sintomi.
Il gruppo di ricerca del dipartimento di Biotecnologie mediche e medicina traslazionale dell’Università degli Studi di Milano ha recentemente effettuato uno studio su una nuova tecnologia per la cura e il miglioramento della forma sporadica della Malattia di Parkinson.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports.
Secondo lo studio la somministrazione sistemica della molecola in questione porta ad una riduzione dei sintomi motori tipici della malattia e ad un recupero biochimico e funzionale dei neuroni dopaminergici.
Questa molecola è un oligosaccaride non presenta perciò rischi di tossicità e non subisce alterazioni metaboliche nell’attraversare la barriera ematoencefalica.
Attivando una serie di segnali intracellulari contrasta le cause del morbo di Parkinson, che sono principalmente lo stress ossidativo, la neuro-infiammazione, l’eccito-tossicità, la disfunzione mitocondriale e l’accumulo di alpha-sinucleina.
La membrana cellulare è composta da una classe di lipidi particolarmente abbondanti nel sistema nervoso, chiamati gangliosidi, in grado di promuovere i processi rigenerativi e prevenire la neurodegenerazione.
Sono a tutti gli effetti dei potenziali agenti terapeutici, ma raggiungono in quantità estremamente ridotta il sistema nervoso centrale non riuscendo a penetrare la barriera ematoencefalica.
Recenti evidenze sperimentali hanno individuato in essi dei potenziali iniziatori della malattia di Parkinson.
Soprattutto considerando i livelli di ganglioside GM1, che si abbassano considerevolmente con l’invecchiamento.
Si è quindi ipotizzato che la riduzione di GM1 nella membrana neuronale in pazienti parkinsoniani possa dare inizio al processo neurodegenerativo.
In vivo, in un modello animale che ricapitola tutte le caratteristiche del Parkinson sporadico, l’OligoGM1 ha indotto un recupero delle funzioni motorie e non.
In questo scenario l’oligosaccaride del GM1 mantiene tutti i benefici della molecola intera dal quale deriva, ma perde le caratteristiche idrofobiche che ne limitano il passaggio attraverso la barriera ematoencefalica e quindi il raggiungimento del sistema nervoso centrale. Sebbene l’importanza delle catene oligosaccaridiche dei gangliosidi sia stata riconosciuta, è la prima volta che l’oligosaccaride del GM1 viene proposto come molecola bioattiva in grado di influenzare e modulare lo stato cellulare fisiologico e quindi di schermare quello patologico.

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